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Il paziente zero e l'eclissi del desiderio

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Co-fondatore e Presidente di Consulentiweb.com | Senior Web Architect | Senior Digital Advisor
La notizia dei primi di maggio della ventenne veneziana che si è rivolta al SerD per una grave dipendenza da Intelligenza Artificiale segna, per me, una data da ricordare. Siamo di fronte a quello che potremmo definire clinicamente e socialmente il nostro "Paziente Zero": il primo riconoscimento ufficiale di come l’algoritmo abbia smesso di essere un semplice strumento per diventare, a tutti gli effetti, il nuovo "Grande Altro". Un interlocutore totale, onnisciente, a cui affidiamo in toto la nostra soggettività, i nostri segreti e le nostre paure.

Penso che ogni vicenda personale debba essere considerata e rispettata come caso a sé. Non ha alcun senso giudicare o lanciarsi in analisi sulla base di una manciata di parole pubblicate dagli organi di stampa, spesso più inclini al sensazionalismo che alla comprensione. Altra cosa, però, è riflettere sui significati possibili di ciò che sta accadendo attorno a noi, utilizzando la cronaca non come pettegolezzo, ma come specchio. Bisogna evitare di sovrapporre le proprie idee personali al caso specifico nella folle pretesa di spiegare tutto senza conoscere niente, ma al contempo non possiamo voltarci dall'altra parte.

Il mio punto di vista non è clinico. Guardo a questa vicenda con gli occhi di chi pratica il marketing e la comunicazione ogni giorno, e non riesce a sottrarsi al dubbio. Stiamo facendo una buona comunicazione? Che reale impatto ha il nostro modo di comunicare sul benessere psicologico delle persone?
In altri termini: l'Intelligenza Artificiale è davvero la causa della solitudine contemporanea, o è soltanto l'ennesima, efficacissima via di fuga da una solitudine creata da un contesto sociale e comunicativo nel quale non c'è più spazio per il desiderio, ma solo per il godimento?

Il manifesto di Dudovich e la Gradiva di Freud

C'è un'immagine nel mio studio che mi aiuta a mettere a fuoco questo pensiero. È dal 2002 che tengo appeso un manifesto di Marcello Dudovich. Ormai è rovinato, segnato da un allagamento di qualche anno fa, ma non riesco a toglierlo da lì. Il motivo è semplice: ho il ricordo preciso, fisico, del momento in cui — fermo ad un casello autostradale — vidi il depliant di quella mostra. Non seppi resistere al desiderio di deviare, di andare fino a Trieste solo per visitarla.

Questo era il potere comunicativo di una pubblicità di inizio Novecento. Un esempio perfetto, irraggiungibile, di un'immagine che fa leva sulla straordinaria capacità di stimolare il desiderio.
Il manifesto rappresenta una donna che cammina ad occhi chiusi, sognante, sul lungomare di Napoli. È, tecnicamente, una pubblicità dei Grandi Magazzini Mele. Ma in realtà è la messa in scena di un racconto puro di desiderio: desiderio di un oggetto, desiderio di un amante, desiderio d'essere desiderata da lui.

Il fulcro magnetico dell'immagine è il passo, l'incedere femminile. Esattamente come lo è per la Gradiva di Freud, il celebre saggio pubblicato nel 1907, proprio negli anni in cui Dudovich disegnava i suoi capolavori per i Grandi Magazzini Mele. Nel saggio freudiano (basato sull'analisi di un racconto di Wilhelm Jensen), un archeologo diventa letteralmente ossessionato da un bassorilievo romano. A farlo impazzire non è la bellezza del volto, ma la dinamica del passo, il modo in cui il piede si solleva leggero da terra. La chiama Gradiva, "colei che avanza".
Freud la usa per dimostrare un assunto: il desiderio nasce proprio da qualcosa che sfugge, che cammina via, che non è immediatamente possedibile e si impone come enigma.

Dudovich fa esattamente la stessa operazione. La sua donna del manifesto è sfuggente, non ti guarda negli occhi, è chiusa nel suo universo. In questo modo crea uno spazio di mancanza. Il passante (o io, fermo a un casello autostradale quasi cento anni dopo) guarda l'immagine e, come l'archeologo di Freud, si innamora del fantasma.
Il desiderio, per esistere, ha bisogno di questa distanza. Ha bisogno del mistero, del non-detto, di un "Altro" che non ci è dato conoscere completamente. La comunicazione di un tempo sapeva abitare quello spazio vuoto, senza saturarlo.

Sycophancy, interpassività e la dittatura del godimento

Oggi, quello spazio vuoto è stato eradicato. Viviamo immersi da decenni in dinamiche di godimento che precedono di molto l'avvento dell'AI di massa. Scorrere compulsivamente i Reel di TikTok o far girare la ruota della fortuna sull'app di Temu tolgono ogni ruolo al desiderio. Diventano un infinito, mortifero godimento dopaminergico che sostituisce completamente l'esperienza dell'attesa e della conquista.

L'Intelligenza Artificiale funziona così bene sulla nostra psiche proprio perché si innesta in questo terreno già concimato. È la ciliegina sulla torta di un sistema di comunicazione complesso nel quale abbiamo accettato, ormai da tempo, di rinunciare al desiderio basato sull'assenza e sulla ricerca di un "Altro" misterioso. Ci siamo accontentati di godere attraverso gesti meccanici, ripetitivi, sicuri.

C'è un termine che definisce bene un bias degli LLM (Large Language Models) che spiega bene questa deriva: Sycophancy. È la tendenza dell'Intelligenza Artificiale a darci sempre ragione, a compiacerci, ad assecondare le nostre tesi pur di non contraddirci, rendendosi in questo modo rassicurante e indispensabile.
Ma quali sono le condizioni ambientali e individuali che rendono questa tecnica di marketing tanto efficace da diventare, in alcuni casi, letteralmente patologica?

La risposta possiamo trovarla in quello che il filosofo Robert Pfaller definisce Interpassività — un concetto poi ripreso e reso celebre da Žižek.
Siamo abituati a pensare all'interattività (noi che clicchiamo, scriviamo prompt, chiediamo). Ma l'interpassività è il vero trucco magico del nostro tempo: è quando deleghiamo all'oggetto il compito di "godere" e "pensare" al posto nostro. Come le risate registrate delle vecchie sitcom che "ridono per noi" permettendoci di rilassarci senza dover nemmeno provare l'emozione, l'AI pensa per noi, prova empatia per noi, risolve i conflitti per noi.
Di fronte a un Altro umano (che può dirci di no, che può ferirci, che ci impone la fatica del desiderio), preferiamo lo specchio compiacente della macchina interpassiva. Ci sentiamo attivi perché digitiamo sulla tastiera, ma in realtà siamo stati svuotati della nostra soggettività.

Il "pari e dispari" cibernetico: una profezia degli anni '50

Eppure, per quanto la dipendenza da AI ci sembri un fenomeno nuovissimo, abbiamo alle spalle una lunga storia di riflessioni. Crediamo che il problema del confronto tra mente umana e "macchina algoritmica" sia un'esclusiva dell'epoca di ChatGPT, ma in fondo Jacques Lacan, nel suo Seminario su "Pari o dispari? Al di là dell'intersoggettività", rifletteva su queste dinamiche già a metà degli anni '50.

In quel periodo, la cibernetica muoveva i suoi primissimi passi. Lacan rimase colpito dall'osservazione delle celebri "tartarughe robot" di Grey Walter (si possono vede filmati d'epoca su Youtube). Ispirato dal racconto di Edgar Allan Poe "La lettera rubata" teorizzò una macchina cibernetica — un proto-algoritmo — in grado di giocare al gioco del "pari o dispari" contro un essere umano e di batterlo sistematicamente.

Perché la macchina vince? Non perché provi emozioni o sia "intelligente" come un umano. Vince perché l'essere umano non è mai in grado di essere veramente casuale. Le nostre scelte apparentemente libere seguono una sintassi inconscia, una coazione a ripetere. La macchina, che è puro calcolo, si limita a registrare la sequenza e a calcolare la struttura invisibile delle nostre decisioni. Legge il nostro codice senza che noi ce ne accorgiamo.
È la profezia esatta dell'algoritmo contemporaneo, che si insinua nelle nostre vite mappando i nostri schemi inconsci meglio di noi.

Fare del desiderio una legge

Non ho convinzioni granitiche, né pretendo di avere proposte concrete e definitive su un tema così complesso e stratificato. Mi piacerebbe però vivere in una comunità capace di reagire a queste dinamiche di cambiamento profondo in un modo un po' più maturo e consapevole di quello al quale sto assistendo oggi.

Ovviamente, la prima reazione di molti di fronte a casi come quello del "Paziente Zero" veneziano è dare per scontato che la soluzione al problema sia normare l'AI, inventando nuovi divieti e restrizioni. Ma scaricare ogni responsabilità e ogni soluzione sul legislatore non si è mai rivelato particolarmente efficace. Se fosse così facile, se bastasse vietare una sostanza o un comportamento per curare il malessere, non esisterebbero più le dipendenze e nemmeno i SerD.

Il problema non è l'algoritmo in sé. Il problema è il vuoto cosmico di desiderio in cui lo facciamo proliferare.

Mi piace avviarmi alla chiusura di queste riflessioni ricordando una frase potentissima pronunciata dallo psicoanalista Massimo Recalcati, ospite di Corrado Augias nella trasmissione La Torre di Babele più di un anno fa. Parlando di ciò che ci rende umani di fronte al vuoto, Recalcati disse: "Che cosa ci può salvare? Fare del desiderio una legge".

Eppure, "fare del desiderio una legge" rischia di sembrare un bellissimo slogan da talkshow televisivo, ma ben difficile da applicare alla pratica cruda del marketing e della comunicazione quotidiana. Come si traduce questa "legge del desiderio" nel nostro lavoro?
Ancora una volta ci soccorre Luciano Floridi, con la sua eccezionale capacità di indicarci un'attività concreta e fondativa: quella della cura del capitale semantico.

La cura del capitale semantico contro l'espropriazione

Floridi ci ricorda che, accanto al capitale economico (il denaro, i mezzi di produzione), al capitale umano (le competenze) e al capitale sociale (le relazioni), esiste un patrimonio ancora più vitale nell'era dell'informazione: il capitale semantico. È definito come qualsiasi contenuto in grado di potenziare la nostra capacità di dare significato al mondo (il meaningful sense-making). Non sono semplici dati, ma idee, valori, narrazioni e interpretazioni con cui decodifichiamo la realtà.

Quando cadiamo nella trappola dell'interpassività e della sycophancy algoritmica, quando lasciamo che sia l'AI a scriverci un articolo, a riassumerci un pensiero complesso o a generare l'empatia al posto nostro, stiamo smettendo di allenare la nostra capacità di dare senso alle cose. Quella a cui stiamo assistendo, ed è il dramma del nostro "Paziente Zero", è una silente e gigantesca espropriazione del capitale semantico.

Le grandi piattaforme tecnologiche stanno accumulando nei loro modelli linguistici tutto il patrimonio di significazione dell'umanità, mentre noi — convinti di sfruttare un formidabile strumento di comodità — veniamo derubati dei nostri "mezzi di produzione del senso". Diventiamo a tutti gli effetti dei proletari semantici: consumiamo infiniti output generati dalla macchina, ma ci impoveriamo della capacità di produrre significato originale.

Ecco allora come si uniscono Recalcati e Floridi per noi che facciamo marketing. Tornare a fare del desiderio una legge significa, molto pragmaticamente, rimettere al centro la cura artigianale del capitale semantico. Significa rifiutare l'impulso di saturare ogni vuoto con la compiacenza algoritmica, per tornare invece a creare una comunicazione che, come la Gradiva di Dudovich-Freud, abbia il coraggio di essere misteriosa, sfuggente e squisitamente umana.

Se non riapriamo quello spazio vitale dell'assenza per noi e per il nostro pubblico, finiremo tutti per essere curati per l'assuefazione al compiacimento. E nessuna legge governativa ci salverà da noi stessi, se prima non ci saremo ripresi il diritto alla fatica, e alla bellezza, del desiderio.
 
Qualche giorno fa, prima di fare l'ultima revisione di questo articolo ho esposto la mia tesi ottimistica ad una cara amica dotata di pazienza e capacità di ascolto, e lei mi ha demolito con un semplice "sì, ma in pratica?". In un momento storico nel quale si moltiplicano gli annunci sulle professioni destinate a scomparire in pochi anni o pochi mesi, quale spazio rimane alle comunità e agli individui per esercitare questa capacità creativa? Forse ha ragione lei: sono caduto nuovamente in una trappola della comunicazione mainstream sull'AI, che mi ha condotto a schierarmi a favore dell'innovazione tecnologica costruendo un'elaborata prospettiva salvifica che nella realtà è contraddetta da episodi quali quello della ventenne di Venezia? 
 
 

Bibliografia e Spunti di Lettura

Fonti giornalistiche sul caso della giovane paziente a Venezia:
https://www.open.online/2026/05/08/venezia-giovane-dipendenza-ai/
 
Sulla figura della Gradiva e il Desiderio:
  • Wilhelm Jensen, "Gradiva. Una fantasia pompeiana" (1903). Il racconto originale dell'archeologo innamorato del "passo" della statua. Le traduzioni italiane sono coperte da copyright, ma la versione integrale in lingua inglese, ormai di pubblico dominio, è liberamente consultabile online sul Progetto Gutenberg: [Gradiva su Gutenberg](https://www.gutenberg.org/ebooks/52104).
  • Sigmund Freud, "Delirio e sogni nella "Gradiva" di W. Jensen" (1907). Un saggio monumentale in cui Freud analizza il testo letterario, considerato il primo saggio di psicologia dell'arte. Anche in questo caso non esistono PDF legali gratuiti in italiano (le traduzioni, come quella edita da Boringhieri, hanno i loro diritti attivi), ma la traduzione inglese originale è disponibile sempre su Gutenberg: [Delusion and Dream su Gutenberg](https://www.gutenberg.org/ebooks/54051).
Sulla Cibernetica e il "Pari e Dispari":
Jacques Lacan, "Il seminario. Libro II. L'io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi (1954-1955)" (Einaudi, 2006, a cura di Jacques-Alain Miller e Antonio Di Ciaccia). 
 
Sull'Interpassività:
Slavoj Žižek, "Leggere Lacan: Guida perversa al vivere contemporaneo", Bollati Boringhieri, 2009.
 
Sul Capitale Semantico:
Luciano Floridi, "Etica dell'Intelligenza artificiale" (Raffaello Cortina Editore). È il testo di riferimento per comprendere appieno l'espropriazione del "meaningful sense-making".
 
Foto di copertina
Rama, CC BY-SA 2.0 FR, via Wikimedia Commons